In vista della giornata mondiale dell’ambiente del 5 giugno, venerdì scorso è uscito il nuovo saggio di Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International, scritto a quattro mani con il direttore scientifico di Ipsos Enzo Risso. «Lo spreco alimentare in Italia e nel mondo. Quanto, cosa e perché» non è solo una fotografia del fenomeno all’avvicinarsi dell’anno di verifica degli Obiettivi dell’Agenda delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile del 2030, ma individua le principali azioni – pubbliche e private – necessarie per contrastarlo e arginarne gli impatti.
Potrebbe sfamare 1,26 miliardi di persone e invece, ogni anno, un terzo del cibo continua a perdersi sul pianeta: il 14% dopo il raccolto e il 17% fra commercio e consumo. Questi alcuni degli highlights del saggio che mostrano come «con tutta evidenza, più ci avviciniamo al traguardo, più si allontanano gli obiettivi #famezero e #sprecozero». A dirlo è proprio l’economista Andrea Segrè, fondatore della campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero e autore del volume: «In Italia oltre 2,6 milioni di persone faticano a nutrirsi regolarmente a causa dell’aumento dei prezzi e dei rincari delle bollette, e sono in condizione di povertà il 9,4% della popolazione (Istat 2021). Siamo ai massimi storici, l’Italia e il mondo devono darsi l’obiettivo di una global food policy come strategia sociale, economica e di sviluppo sostenibile».
La frutta è l’alimento più sprecato del pianeta. A dirlo il Cross Country Report 2022 di Waste Watcher che ha monitorato che in Italia gettiamo individualmente 30,3 grammi di frutta alla settimana, segue l’insalata con una media di 26,4 grammi pro capite e il pane fresco con 22,8 grammi. Ci superano gli Stati Uniti, con 39,3 grammi di frutta sprecata a testa, la Germania con 35,3 e il Regno Unito che si attesta su uno spreco settimanale di 33,1 grammi di frutta pro capite.
Maggiori dati a riguardo sono presenti nel Word Foodwaste Report, un progetto della campagna Spreco Zero su monitoraggio Ipsos che, nel 2022, ha indagato i comportamenti dei cittadini di 9 Paesi del mondo: Italia, Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Sudafrica, Brasile, Giappone. Un ‘tracciamento’ che il libro espone e che permette di comporre la mappa degli stili alimentari sulla Terra. Spiccano subito il Sudafrica e il Giappone quali Paesi più virtuosi, perché nelle loro case si spreca circa la metà rispetto all’Italia. In chiave di prevenzione, poi, c’è un filo rosso che accomuna tutti: tra il 70% e l’80% degli intervistati nei rispettivi Paesi è a favore di campagne di educazione alimentare e sensibilizzazione sugli effetti negativi dello spreco per l’economia e l’ambiente.
Tra le prime indicate dal testo: la nuova app “Sprecometro.it”, lanciata in occasione della giornata nazionale di “prevenzione dello spreco alimentare” del 5 febbraio, monitora attraverso questionari l’attenzione nel consumo e nella conservazione del cibo da parte dei singoli utenti. Si propone di generare consapevolezza e conoscenze utili a indirizzare le scelte individuali in merito all’uso sostenibile delle risorse e alla riduzione e prevenzione dello spreco. Inoltre, aiuta l’utente a visualizzare tramite alcuni grafici esplicativi, l’eventuale perdita economica avuta, l’impronta carbonica e idrica mappandone anche l’andamento, quindi i progressi ottenuti o i peggioramenti rilevati.
Oltre a questo, il saggio offre altre indicazioni in merito a possibili strade da percorrere per arginare il fenomeno dello spreco alimentare.
Come l’idea di un Global Recovery Food, individuato come strategia internazionale a tre livelli: migliorare l’efficienza del sistema agroalimentare per ridurre l’impatto ambientale anche grazie alla riduzione di perdite agricole e sprechi alimentari (asse della sostenibilità); incrementare il recupero delle eccedenze a fini caritativi laddove il costo del recupero lo renda giustificabile (asse della solidarietà); promuovere attraverso l’educazione alimentare e ambientale l’adozione di diete alimentari salutari (asse della salute).
Giulia Bergami
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Nata nel 1996 a Bologna, Giulia Bergami ha una missione nella vita: raccontare il mondo che la circonda.Laureata nel 2018 in Scienze della Comunicazione a Bologna, prosegue i suoi studi conseguendo nel 2020 il titolo magistrale nella facoltà di Management e Comunicazione d’Impresa di Modena e Reggio Emilia con una tesi sperimentale sulla CSR e la Responsabilità Sociale d’impresa nell’industria farmaceutica. Da quasi 5 anni collabora con alcune testate giornalistiche del territorio per raccontare le persone di Bologna, le loro vite, i successi e le sfide quotidiane, meglio ancora se giovani, intraprendenti e con la voglia di “spaccare il mondo”. Al contempo, lavora nella Comunicazione d’Impresa e delle Media Relations in ambito salute. Sia per supportare il lavoro delle associazioni pazienti sia a fianco di aziende e altre realtà del settore. Forse non sarà l’Oriana Fallaci 2.0 del futuro, ma intanto è così “famosa” da avere una biografia su internet. Prossimo passo? Una pagina di Wikipedia interamente dedicata a lei.
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