Dylann Roof: «Preferisco morire che fingere di essere autistico»

Dylann Roof: «Preferisco morire che fingere di essere autistico»

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La condanna a morte, la diagnosi di autismo, tutto in attesa della sentenza definitiva. Dylann Roof, 23 anni, siede davanti allo stesso giudice federale che pochi mesi fa lo aveva condannato a morte per l’omicidio di nove persone alla Emanuel african methodist episcopal church. Dylann tiene lo sguardo basso, il volto emaciato dalla permanenza in prigione ma risponde alle domande del giudice con fermezza e convinzione, soprattutto quando gli viene chiesto il movente del suo attentato o quando viene messa in discussione la sua sanità mentale. In più occasioni ha affermato di essere perfettamente conscio di ciò che ha commesso, sottolineando con logica glaciale il perché abbia scelto proprio la Mother Emanuel e i suoi componenti come bersaglio del suo attentato «Nessuno avrebbe prestato attenzione se avessi ucciso dei criminali neri».

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Dopo essere stato arrestato ed interrogato, due giorni dopo aver commesso la strage nel Giugno 2015, Roof ha immediatamente confessato l’accaduto davanti a polizia e FBI, semplicemente perché convinto fino in fondo del suo gesto: il suo fine era quello di scatenare una guerra razziale negli Stati Uniti per dare il via alla rivincita dei nazionalisti bianchi, bistrattati e isolati da una società cieca davanti ai supposti delitti della comunità afroamericana nei loro confronti. Dylann Roof mirava a diventare un simbolo per i neo-nazisti e per gli ultra-nazionalisti americani. Nel suo piano scellerato il suo martirio avrebbe dato il via ad una fantomatica rivoluzione, tanto da ritenere possibile un suo perdono e una sua scarcerazione al compimento di questa.



Nonostante queste affermazioni, gli psicologi e gli psichiatri incaricati di fornire una perizia su Dylann hanno più volte ribadito la sua sanità mentale e l’ipotesi di essere giudicato davanti al tribunale federale al pari di qualsiasi altro, con la concreta possibilità per il giudice di condannarlo a morte per i crimini che ha commesso. Tutto questo gioca nelle mani di Dylann e del suo piano, tant’è che solo pochi giorni fa ha chiesto di rimpiazzare il suo avvocato David Bruck il quale aveva in più occasioni cercato di esperire la via dell’infermità mentale per risparmiare il suo assistito dalla pena di morte. Ha affermato «preferirei morire piuttosto che ammettere di soffrire di autismo […] una volta che hai quell’etichetta, vivere non ha più alcun significato», rispondendo al giudice.

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Da quello che emerge dalle prime fasi del processo e dagli interrogatori è indubbio che la condanna a morte verrà confermata e, successivamente, portata a termine. I crimini di cui si è macchiato Dylann ricadono tutti in quel gran calderone che i giuristi americani chiamano crimini d’odio per cui la massima pena prevista, nello Stato della Carolina del Sud, è proprio la morte. Il caso di Dylann Roof ha lasciato perplessi in molti e ha alimentato nuovamente le polemiche sull’opportunità e la funzione della pena di morte negli Stati Uniti, soprattutto quando sembra lampante quanto inutile risulti in queste circostanze. L’aspetto più importante che emerge della vicenda, tuttavia, è la constatazione di quanto gli Stati Uniti siano un paese dilaniato da una profondissima frattura culturale ed etnica: il pregiudizio razziale di tantissimi ragazzi esattamente come Dylann, esposti costantemente ad una cultura dell’odio fondata sulla retorica del “noi contro loro”, ha dato i suoi frutti e, se oggi si assiste a tragedie di questa portata, la responsabilità è anche nelle mani di chi ha alimentato in questi termini il dibattito sociale, sfruttando i drammi, le paure e i timori di tutti quei soggetti che si sentivano abbandonati dalla società e dalle istituzioni per portare a termine i propri interessi.

Francesco Maccarrone

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About Francesco Maccarrone

Francesco Maccarone, classe ’95, è un ragazzo originario di Catania, trasferitosi a Milano per inseguire le velleità accademiche della facoltà di Giurisprudenza all’Università Cattolica. Appassionato di basket, boxe e di tutto ciò che ruota intorno alla cultura americana, ritiene che gli uomini più importanti della storia siano: Michael Jordan, Axl Rose, Marilyn Manson e Gesù Cristo (esattamente in quest’ordine). Alla prima reale esperienza in ambito giornalistico spera di poter dar frutto alle svariate ore di telecronache immaginarie su FIFA, NBA2K nonché alle sintesi delle (emozionanti) giornate di Fantacalcio.

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